Psicologia clinica e DCA PDF Stampa E-mail

I Disturbi del Comportamento Alimentare possono intendersi come patologie al “confine” non solo perché rinviano agli inevitabili quanto ormai assodati, rapporti tra la dimensione somatica e gli aspetti psicologici, ma anche come disfunzioni che nella loro stessa natura, spesso evidenziano passaggi da un quadro all’altro, (circuito anoressico - bulimico, condizioni al limite tra apparenze bulimiche e condotte del Binge Eating Disorder).

Da tale premessa consegue, che l’approccio e il trattamento di questi casi non è affrontabile in modo unidirezionale, ma implica sinergie tra la presa in carico medico - prescrittiva e quella psicologico/psicoterapeutica - relazionale.

In questi soggetti sono infatti presenti, stili relazionali specifici, che spesso appaiono disfunzionali sull’asse del “dare”/“ricevere”, dell’“affidarsi”/“controllarsi”, nonché nelle polarità tra il “mettere dentro” e il “mettere fuori”, e alla base dei quali si possono rintracciare percorsi di crescita interrotti, difficile gestione nei rapporti con l’altro rispetto ad emozioni intense quali la rabbia e l’aggressività, ancora dinamiche insolute tra gli aspetti di “forza” e quelli di “fragilità/debolezza”, e non ultimo problemi nell’autostima che per essere tale, deve essere stata percepita prima, come “etero stima”.

Il rapporto con il cibo allora, diventa metafora dei nostri rapporti con gli altri, e spesso si traduce in condotta compensatoria di “vuoti relazionali” profondi.

Il supporto dello psicoterapeuta allora, diventa fondamentale all’interno di un Centro per il trattamentodell’Obesità e dei D.C.A. e in un’equipe multidisciplinare: egli a partire dalla prassi del colloquio conoscitivo/valutativo con tutti i pazienti che accedono al Centro, può svolgere un ruolo diagnostico preliminare, che consenta l’individuazione e la differenziazione tra casi più complessi, che necessitano di trattamento psicoterapico precedente e poi congiunto a quello medico, e casi che richiedano “solo” un supporto psicologico; può altresì delineare l’approccio che occorre assumere per poter “stare” con tali pazienti; può in tal senso, “trasferire” al medico nutrizionista, le proprie conoscenze come informazioni e ancor più come strumenti di intervento, in un dialogo che diventi confronto collaborativo; può seguire il paziente in una relazione terapeutica che si volga al ripristino di relazioni “sane” e fiduciose, sciogliendo i nodi che lo fanno relazionare al cibo in modo disfunzionale.